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Commento al Salmo I |
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1. Dio ha prospettato il piacere della felicità futura come il più grande incentivo alla virtù I. Il diavolo ha astutamente pensato che il piacere poteva essere anche un forte sprone alla colpa. Esempio dell'una e dell'altra idea presenta il caso di Adamo, capostipite del genere umano. Egli fu collocato dal Signore Dio nel paradiso delle delizie per godere un piacere senza fine, atto a stimolare la virtù della sua futura stirpe (non ignorava Dio che Adamo avrebbe fatto spazio alla colpa e che a tutti i suoi discendenti doveva essere prospettata quella speranza di salvezza, per mezzo della quale si sforzassero di essere restituiti alla sede sottratta al genere umano). E Adamo fu ingannato dalla sua donna, persuasa dalla avvenenza del serpente, la quale fu così archetipo delle lusinghe del piacere. Dunque l'avversario colse l'occasione al volo e mi procurò la morte servendosi del piacere. E così quello che, per grazia divina, era stato donato per la vita, mi si trasformò in fonte di morte e il nemico ottenne tanto più facilmente l'assenso dell'uomo alla caduta, quanto più poté giocare la carta della bellezza naturale. Piacquero infatti al Signore le sue opere; gli piacquero i primigeni inizi della natura e ammirandoli il Signore esclamò: E bellissimo! 2. Gli angeli lodano il Signore, a lui salmodiano le potestà dei cieli e, prima ancora dell'inizio del mondo, i cherubini e i serafini con la soavità della loro voce canora proclamano: Santo santo santo. Migliaia e migliaia di angeli sono al suo cospetto e i vegliardi ed una gran folla cantano come una cascata di voci: Alleluia. Una voce meglio scandita guida lo stesso asse del cielo a ruotare con una soavità di accordo senza fine: e così il suo suono può essere udito alle estremità della terra, dove la natura nasconde qualche suo segreto. Cosa che non pare estranea a quanto accade in natura, se è vero che il grido lanciato rimbalza dai boschi e dai monti con più gradito rumore e con suono più soave essi restituiscono ciò che hanno ricevuto. Ancora, perfino nelle scogliere e nelle rocce la natura ha trovato il modo di procurare piacere: il piacere di un bel panorama o dell'utilità o della bellezza. Perfino le belve e gli uccelli si inteneriscono al piacere di n sito più ameno o di un suono più armonioso e ai cuccioli lattanti fa spavento la severità e fanno piacere le carezze. Il piacere dunque è una cosa naturale. 3. Davide perciò, ben vedendo da dove e con quale inganno l'uomo era stato cacciato (bastava che avesse conservato il bel dono di quel piacere eterno e celeste instillatogli dal Signore, senza sbarazzarsene, asservendosi alle attrattive mondane, e non avrebbe mai subito il danno di così miserevole disgrazia!), desiderò ricostituire e ricreare quella bellezza e, dedicandosi ai salmi, ci procurò un equivalente della vita celeste. 4. Difatti, anche se in ogni sua parte la Sacra Scrittura esala la bellezza di Dio, è in modo particolare dolce il libro dei Salmi. Perciò anche Mosè, che ha descritto in semplice prosa le gesta dei patriarchi, quando fece transitare attraverso il Mar Rosso il popolo dei padri in un'impresa meravigliosa e memorabile e vide il Faraone sommerso col suo esercito, allora ha sollevato più in alto le sue doti native, perché una meta più alta delle proprie forze aveva toccato, e ha cantato al Signore un cantico di trionfo. Anche Maria, preso il cembalo, invitava le altre donne dicendo: Cantiamo al Signore, che ha manifestato con potenza la sua gloria: ha precipitato in mare cavallo e cavaliere. Ancora lo stesso Mosè, dopo aver letto la legge del Signore, per imprimerne la memoria nel cuore di chi lo ascoltava, parlò con un canto che dice: Ascolta, o cielo, e io parlerò. Sia atteso come la pioggia il mio dire discendano come rugiada le mie parole, come pioggia sull'erba come neve sul fieno. 5. Dio dunque si compiace di venir lodato col canto. Non solo; ma anche di essere dal canto riconciliato. E Mosè perciò si servi del canto poetico soprattutto allorquando rendeva testimonianza del cielo e della terra, per due motivi: perché, al suono della bellezza celeste, il mondo con maggior interesse ascoltasse il canto della propria salvezza e perché, grazie alla soavità di quel sacro piacere, si radicasse per sempre nell'animo dell'uomo l'osservanza della legge. E così, prima di essere consolidate dal canto, le tavole della Legge furono mandate in frantumi da Mosè nel suo sdegno. Ma quando esse furono consacrate da questo sigillo, non ebbe più spazio l'ira dell'uomo, perché fu esclusa dalla suprema sanzione ella divina soavità. Così il canto del Signore è disceso come molle rugiada dal cielo ed ha bagnato come erba la fede degli uomini con una pioggia di bellezza spirituale. Dunque questi due canti poetici, presenti nei libri di Mosè, come i due occhi del mondo e i due luminari del cielo, gettano luce su tutto il complesso della sua opera. 6. Ma Davide fu in modo preminente scelto dal Signore a tale compito: cioè a risplendere perennemente e di continuo in una attività, che, negli altri agiografi, sembra costituire un vertice di eccezione nel complesso della loro opera. Un solo canto si può leggere nel libro dei Giudici, mentre tutti gli altri passi, in cui sono espresse le imprese dei padri, sono svolti secondo lo stile della storia. Un solo canto poetico compose Isaia, per intenerire il cuore dei lettori, mentre nella restante sua opera fremette con la terribile tromba del rimprovero. Quel canto, non poterono rinfacciarglielo nemmeno i nemici, quei nemici che per le sue altre affermazioni lo perseguitarono fino ad ucciderlo. Un solo canto composero Daniele e Abacuc. Salomone stesso, figlio di Davide, anche se si dice che abbia composto innumerevoli canti poetici, ce ne ha lasciato tuttavia uno solo, accolto dalla chiesa: il Cantico dei Cantici. Scrisse anche i Proverbi. Negli altri agiografi dunque si può trovare la presenza di un solo canto per uno. 7. La storia ammaestra con ordine, la legge insegna, la profezia annuncia, il rimprovero castiga, il discorso morale convince. Nel libro dei Salmi è possibile trovare la via del progresso per tutti e, per così dire, la medicina per la salute dell'uomo. Chiunque lo legga, ha di che poter curare, con un rimedio specifico, le ferite del proprio male. Chiunque voglia distinguere attentamente, trova allestiti nei Salmi, come in una completa palestra dell'animo e in uno stadio di virtù, diversi tipi di gare e può scegliere quella, a cui si ritiene più adatto, per raggiungere più facilmente il premio. Se qualcuno desidera ripercorrere le imprese degli antichi e volesse imitarle, ecco che trova condensato in un solo salmo tutto lo svolgimento della storia dei padri: così può arricchire la memoria con un tesoro di conoscenze con risparmio di lettura. Sembrano inoltre più semplici le spiegazioni più brevi! Quale profondità poi attinge quel testo che, in un breve spazio, sa distinguere la tragicità del disaccordo e a questa aggiungere la trama della gioiosa riconciliazione, perché si veda contemporaneamente quale danno rechi l'offesa dell'incredulità e quale giovamento la fede disponibile! Se qualcuno invece indaga sul valore della legge, che si risolve tutta nel vincolo della carità (infatti, chi ama il prossimo suo adempie la legge), legga nei Salmi con quanto senso d'amore Davide si sia esposto, lui solo, a gravi pericoli, per stornare il disonore di tutto il popolo: e in questo fatto riconoscerà che la gloria della carità non è inferiore al trionfo della virtù. Se qualcuno poi paventa la violenza dei rimproveri, ascolti le parole del salmo: Signore, non criticarmi nella tua ira né rimproverarmi nel tuo furore. E impari come debba fare per addolcire il giudizio del giudice irato. Se qualcuno vuole avere un esempio di pazienza, legga nei Salmi: Se ho restituito il bene a chi mi aveva fatto del male, e veda come il salmo abbia previsto nello spirito il precetto evangelico e l'abbia preceduto nella virtù. C'è anche quel passo dei Proverbi: L'uomo mansueto è medico del cuore. Se qualcuno inoltre vuole essere difeso contro gli assalti dello spirito del male, che cosa può trovare di meglio del canto dei Salmi? Salmodiava Davide ancora adolescente, e metteva in fuga lo spirito maligno di Saul, che prima lo opprimeva. 8. E che dire del valore della profezia? Quello che altri annunciarono per enigmi, a Davide soltanto sembra essere stato promesso palesemente e apertamente. Mi riferisco alla nascita del Signore Gesù dalla sua discendenza, come gli ha detto il Signore: Porrò sul tuo trono un frutto del tuo ventre. Nei Salmi pertanto non solo Gesù nasce, ma prende anche su di sé la passione salvifica del suo corpo, muore, risorge, ascende al cielo, siede alla destra del Padre. Ciò che nessun uomo ha osato dire, solo questo profeta l'ha annunciato, e poi il Signore stesso l'ha manifestato nel vangelo. 9. Tutti gli agiografi hanno inserito nei loro scritti citazioni dai Salmi o da qualche testo precedente. I Salmi invece non hanno niente oltre a ciò che è loro proprio. Che cosa vi è di più bello del salmo? Bene ha detto lo stesso Davide: Lodate il Signore, poiché bello è il salmo. Al nostro Dio sia lode gioiosa e conveniente. Ed è vero! Il salmo infatti è benedizione del popolo, lode a Dio, inno di lode del popolo, applauso generale, parola universale, voce della chiesa, canora professione di fede, devozione piena di autorevolezza, gioia della liberazione, grido dell'allegrezza, esultanza della gioia. Mitiga l'ira, respinge l'angoscia, solleva dal pianto. Arma nella notte, magistero nel giorno, scudo nel timore, festa nella santità, immagine della quiete, pegno della pace e della concordia: come una cetra, da suoni diversi e disuguali esprime un unico canto. Lo spuntare del giorno fa risuonare il canto del salmo, col canto del salmo risponde il tramonto. Le donne: l'apostolo vuole che tacciano in chiesa; ma anch'esse è bene che cantino il salmo. Il salmo è dolce ad ogni età, si addice all'uomo e alla donna. Lo cantano i vecchi, deposta la rigidezza della vecchiaia. A lui rispondono i veterani, pieni di nostalgia, con l'allegrezza nel cuore. Lo cantano i giovani senza rischio di lascivia. Al canto si uniscono gli adolescenti, senza pericolo per l'età malferma e senza tentazioni passionali. Le giovani stesse salmodiano senza perdere il loro pudore di donne. Le fanciulle, senza che vacilli la verecondia, modulano con seria sobrietà l'inno a Dio, dispiegando soavemente il canto. Il salmo, lo desiderano ritenere i fanciulli, godono di esercitarvisi i bambini, che volentieri eludono altri apprendimenti. Diventa un divertimento l'acquisizione, fatta in tal modo, di una dottrina più grande di quella trasmessa da un insegnamento serioso. Quanta fatica in chiesa per ottenere silenzio, quando si leggono le letture! Quando parla uno, tutti gli altri fanno chiasso. Quando si legge il salmo, è lui stesso a procurarsi da solo il silenzio: tutti parlano e nessuno fa chiasso. Il salmo, lo cantano i re senza l'alterigia del potere; in questo ufficio amava farsi vedere Davide. Il salmo è cantato dagli imperatori, è canto di gioia dei popoli. Ognuno fa a gara nel cantare un canto che giova a tutti. Si canta il salmo in casa, fuori lo si rimedita. Lo si apprende senza fatica, lo si custodisce con piacere. Il salmo congiunge chi è separato, unisce chi è discorde, riconcilia chi è offeso. Chi infatti non è disposto a perdonare alla persona con cui eleva un'unica voce a Dio? È proprio un grande vincolo di unità: nella sua totalità il popolo si raduna in un unico coro. Disuguali sono le corde della cetra, ma unica la sinfonia. In così poche corde, spesso sbagliano le dita dell'artista, ma nel popolo lo spirito artista non conosce errore. Il salmo è l'attiva operosità della notte e il meritato riposo del giorno; ammaestramento per chi si accosta alla fede, conferma per chi l’ha già perfetta; servizio degli angeli, milizia celeste, sacrificio spirituale. Al salmo anche i sassi rispondono; al canto del salmo anche i cuori di sasso s'inteneriscono: noi vediamo piangere i più insensibili, piegarsi anche gli spietati. 10. Gareggia nel salmo la dottrina con la bellezza. Viene cantato per diletto, e insieme viene appreso come conoscenza. Infatti, i comandamenti più violenti non durano nell'animo, ma quello che si riceve con soavità, una volta penetrato nell'intimo, non conosce amnesie. E che cosa non si incontra nella lettura dei Salmi? In essi leggo Canto per l'amato e mi infiammo nei desiderio della sacra carità; in essi riconosco i torchi del mistero divino; in essi ripercorro la bellezza delle rivelazioni, le testimonianze della resurrezione. In essi imparo a evitare il peccato, disimparo a vergognarmi del pentimento. Un re così grande, un profeta così grande mi ha stimolato col suo esempio a preoccuparmi o di cancellare il peccato commesso o di stare in guardia dal peccato ancora non commesso. 11. Che cos'è quindi il salmo, se non lo strumento musicale delle virtù? E il profeta venerando, col plettro dello Spirito Santo, cantando ha fatto risuonare in terra la dolcezza della musica celeste. Nello stesso tempo, quando lui nelle corde della cetra, fatte di resti di animali, ha modulato ritmi diversi e ha levato al cielo la canzone della lode a Dio, ci ha insegnato che prima dobbiamo morire al peccato e che allora soltanto potremo, in questo corpo, ritmare varie opere di virtù, che permettano alla bellezza della nostra devozione di arrivare a Dio. Perché, tutti tesi alle realtà celesti, nessuna libidine di vizi terreni possa insinuarsi in noi, ma l'animo risplenda della soavità della bellezza celeste. A buon motivo dunque il Signore ha lodato il ministro di così alto compito ed ha detto: Ho trovato Davide in armonia col mio cuore. 12. Si dice anche che i più esperti tra i suonatori di cetra suonino in sordina (come le leggende riferiscono del citaredo di Aspendo) e che anche ciò che produce le modulazioni e regola i ritmi si trovi nella parte alta del salterio. Dunque Davide ci ha insegnato l'opportunità di suonare interiormente, in sordina, di salmodiare interiormente, in sordina, come cantava anche Paolo, che dice: Pregherò con lo spirito, pregherò anche con l'intelligenza. Salmodierò con lo spirito, salmodierò anche con l'intelligenza. E ci ha insegnato a modellare le azioni della nostra vita sulla visione delle realtà più alte, perché il piacere della dolcezza non ecciti le passioni del corpo, che non riscattano la nostra anima, ma l'opprimono. Questo, quando il santo profeta ci ha rivelato di star salmodiando per il riscatto della sua anima: Salmodierò a te, o Dio, sulla cetra, santo di Israele. Godranno le mie labbra nel cantare a te, e l'anima mia, che hai riscattato. Ma ormai è ora di affrontare l'inizio del salmo che ci sta davanti. 13. Beato l'uomo che non ha camminato secondo il disegno degli empi. Che inizio adatto ed opportuno! Quelli che hanno avuto l'incarico di reclamizzare qualche solenne competizione, mettono bene in vista il premio, magnificano il prestigio della corona, perché i concorrenti affluiscano con maggiore slancio e gareggino con più volonteroso impegno. Così il nostro Signore Gesù, per incentivare la virtù dell'uomo, ha messo bene in vista la gloria del regno dei cieli, la bellezza di un riposo perenne, la felicità della vita eterna. Anche l'imperatore, quando va in guerra, promette premi in denaro ai soldati e promozioni di grado nella gerarchia militare, perché la speranza di un vantaggio faccia sparire la fatica e soverchi la paura del pericolo. Dunque, come un araldo del sommo imperatore, Davide esorta i soldati, chiama alla gara gli atleti, annuncia il premio, dicendo: Beato l'uomo che non ha camminato secondo il disegno degli empi. Ha cominciato dal premio per alleviare il peso della lotta futura; ha messo davanti la ricompensa, perché ciascuno superasse con lo spirito le pene e le fatiche del presente e tendesse, con avida impazienza, a guadagnare la felicità del futuro. Beato l'uomo, sta scritto. Quale dono più grande per l'uomo della beatitudine, di cui Paolo, così autorevole, non ha saputo trovare di meglio per rendere omaggio a Dio? Infatti Dio è detto beato e il solo potente e re dei re e signore dei signori. Egli è il solo potente, è il re dei re, è il signore dei signori, ma tuttavia nulla supera il potere di essere beato. Egli per suo dono ci ha associati nella comunanza di quell'attributo, che è stato ritenuto degno della gloria di Dio. 14. Consideriamo ora perché si dica « beato l'uomo » e non piuttosto « beati uomo I e donna » dato che entrambi i sessi sono chiamati alla grazia. Forse che chiamando beato solo l'uomo ha inteso escludere le donne dall'aver parte comune alla felicità? No, di certo! Come è vero che, per il fatto che ha creato l'uomo per primo, Dio non ha escluso le donne dall'aver parte alla creazione. Infatti Dio ha detto: Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza, e — sta scritto — Dio fece l'uomo (homo), ad immagine di Dio lo fece, maschio e femmina lo fece. Nel termine « homo » sono indicati entrambi; nel termine « vir » è espresso il sesso. Ma come quando si dice « homo », sono compresi uomo e donna, così, quando si parla di « vir » è intesa anche la donna, di cui quello è compagno. Infine l'uomo ha detto: Costei sarà chiamata donna, perché è stata tratta dal suo uomo. Questa aggiunta significa che, se la natura dei due è la stessa, anche le loro opere non possono avere diverso valore; e se il loro operare ha uguale valore, uguale è anche la loro ricompensa. E proprio perché nel termine « homo » è inclusa anche la compagna di natura, quando la Scrittura parla di « vir » non si intende esclusa la compagna di coppia. E, come nella creazione si legge che è stato creato l'« homo » e, benché unica sia la natura, non possiamo negare che è stato creato per primo il sesso principale, così anche qui, quando leggiamo « vir », noi nella componente principale riconosciamo compreso anche il sesso a lui pressoché uguale. Uguale dunque l'aspirazione alla virtù, perché uguali i privilegi creaturali. E perché separare i due sessi, dal momento che quello che ti si richiede non è una lotta del corpo, ma dell'anima, e questa non ha sesso? Non dovrebbe esserci distinzione di dignità, divisione di ricompensa, dove non c'è distinzione di sesso. Attenzione però! Ottiene l'iniziativa nell'agire quello che è stato l'ultimo a cadere. La donna, che ha iniziato male, deve seguire, non precedere; o, per lo meno, dopo la prova fornita, sia più modesta! Ha sbagliato Eva nel trascurare l'ordine naturale; avrebbe dovuto rispettare le precedenze. Astutamente il serpente ha cominciato dalla seconda. Per questo il profeta Davide è ritornato al primo, a quello che non sarebbe certo caduto, se non avesse seguito la seconda. 15. Infine, prima di stimolarci a raggiungere la palma della vittoria, ci ha richiamato dalla caduta. Dice: Beato l'uomo che non ha camminato secondo il disegno degli empi. Guarda, o uomo, in che cosa consiste la tua felicità: non nelle ricchezze, non nella potenza e negli onori, non nella nobiltà di stirpe o nel decoro o nella bellezza, non nella salute fisica. Qui non si dà bontà di natura! Questi beni non solo si mutano facilmente nei loro contrari, ma anche diventano strumenti di colpa per chi non sa usarne. Chi infatti è giusto per il denaro che ha? Chi è umile nel potere? Chi è pietoso in virtù della nobiltà? Chi è casto a causa del decoro? Queste circostanze seducono al peccato, piuttosto che produrre un aumento di virtù. 16. Perché poi ha preferito dire: Non ha camminato e non si è fermato, come se parlasse del passato? Avrebbe potuto dire: « Beato l'uomo che non "cammina" secondo il disegno degli empi e non si "ferma" nella via dei peccatori e non "siede" nella cattedra della pestilenza ». Nota allora la dottrina: non è immediatamente beato chi non è empio o peccatore, perché incerto è l'esito. Non per nulla sta scritto: Non lodare alcuno prima della sua morte. Dunque, finché uno è in questa vita, non pub essere lodato con sicurezza, dal momento che può ancora essere esposto all'errore. A buon diritto invece può essere definito beato chi ha concluso la sua vita senza colpa e partecipa alla comunità dei beati. 17. Ma tu potrai obiettare: « Perché allora altrove è detto: Beato chi pensa al bisognoso e al povero? Non è detto, beato chi "ha pensato", ma "chi pensa" ». Per questo: chi compie il bene trova nel suo stesso comportamento anche motivo di approvazione, ottiene nel suo stesso comportamento la sua ricompensa, poiché il buon agire è frutto di buona coscienza. Ma quelli che si trattengono dal male, non sono immediatamente beati, se hanno evitato la colpa una o due volte, ma solo se hanno saputo evitare il contagio della colpa per tutto il tempo della loro vita. 18. Ora si pone questo problema: perché Davide abbia preferito chiamare beato, non colui che ha eseguito qualche dovere di pietà, ma colui che si è trattenuto dal disegno degli empi sembra più degno di lode chi ha compiuto opere di virtù, che non chi ha evitato il peccato, perché nemmeno il bue o il cavallo o il sasso stanno abitualmente nel peccato o siedono nella cattedra della pestilenza. Ma non riceve frutto di salvezza chi non ha consapevolezza della virtù; infatti, come può raggiungere il premio previsto dalla legge chi non sa che cosa sia seguire la legge? Il motivo proposto credo dunque che riguardi gli esseri razionali, cioè noi. Per noi l'inizio del bene consiste nell'astensione dal peccato, poiché leggiamo: Evita il male e fa' il bene. L'ordine dell'apprendimento è di tendere dall'inferiore al più perfetto, per non essere scoraggiati da cose più grandi di noi e per trovare stimoli, iniziando dalle cose più facili. La Scrittura ci insegna che l'ascesa nella fede è come quelle scale, lungo cui Giacobbe vide ascendere e discendere gli angeli del Signore. Giacobbe è l'uomo dell'esercizio ascetico e ci è stato proposto perché, grazie a lui, imparassimo la necessità del progredire lentamente lungo le scale della virtù e così ci rendessimo conto di poter tendere dalle infime bassure alle altezze supreme, a condizione di salire a piccoli passi verso le realtà che sembrano superare la natura umana. Tieni sempre fisse davanti a te queste scale! Non temere, uomo, di ascendere questi gradini della disciplina. Il primo gradino è vicino alla terra, il successivo è simile al primo. Così, attraverso gradini uguali, si sale fino ai più alti. Non disdegnare, uomo, il primo gradino, come fosse il più spregevole! Quella prima ascesa ti separa da terra: tu calchi già l'etere, appena hai levato il tuo piede dal fango. Inserito nella virtù, con la tua elevazione hai abbandonato la terra; abbandoni la terra, se eviti la colpa. Dunque l'inizio del progresso verso la virtù è l'astensione dal peccato. 19. Vuoi apprendere come questa disciplina sia propria dell'insegnamento divino? Ascolta la parola della legge: Non essere adultero, non ammazzare. Infatti questi comandamenti sembravano rispondere a una condizione di imperfezione. E così il Signore Gesù stesso, conoscendo l'imperfezione di colui che gli chiedeva che cosa dovesse fare per raggiungere la vita eterna, gli rispose: Non essere adultero, non ammazzare, non rubare e così via. Poi, siccome quello gli diceva di aver fatto tutto questo, aggiunse precetti più perfetti, dicendo: Vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo. E dimostrò che c'era tanta differenza tra l'evitare il male e l'eseguire il bene che quello che giudicava facili quei primi precetti, rinunciava invece ai secondi. Ma non poté adattarsi a questi proprio perché non aveva scalato nemmeno quelli. Infatti, se avesse amato il suo prossimo, sarebbe stato capace di non rifiutare ai poveri il soccorso del suo patrimonio. Devi scalare il primo gradino della legge, se vuoi raggiungere la vetta del vangelo celeste. Per questo io penso che il santo profeta, come vivendo sotto il regno della legge, segua nel primo salmo lo stile della legge e, parlando a nome proprio, manifesti ciò che, si deve evitare piuttosto che proporre ciò che si deve seguire. Invece, nel Salmo 40, in cui si parla a nome del Salvatore, c'è più esortazione alla virtù che repressione dell'errore: infatti parla della passione del Salvatore. E perciò anche l'annunciatore del vangelo (come possiamo cogliere dall'espressione udita: Beati i misericordiosi), sia nel salmo della propria passione che nel vangelo, ha dato la corona alla misericordia. Ma ormai è ora di affrontare la spiegazione del salmo e di coglierne il valore profetico. 20. Beato l'uomo che non ha camminato secondo il disegno degli empi e non s'è fermato nella via dei peccatori e non s'è seduto nella cattedra della pestilenza. Possiamo dire che qui sono espresse tre specie di peccati: di pensiero, di opere, di ostinazione, e che si dichiara beato colui che non ha avuto nemmeno pensieri di male. Infatti, come può essere beato colui che, nel giorno del giudizio, non può non essere confutato dai propri pensieri, che diventano suoi accusatori? Anche se è riuscito ad ingannare gli uomini, a non aver testimoni contro di sé, a schivare ogni accusatore, non potrà ciononostante evitare se stesso quale accusatore: e lo deve temere sopra ogni altro, perché verranno in lui a coincidere l'accusatore e il reo confesso. Beato dunque è colui che non ha nemmeno pensieri di male e non ha operato il peccato (talvolta sbagliamo anche senza pensare: ad esempio, la loquacità non è esente da peccato) e non si è ostinato nel peccato. Oppure: beato colui che non ha nemmeno pensato a ciò che costituisce colpa, oppure che non s'è fermato in quel pensiero, oppure che certamente non ha perseverato in quei pensieri, che s'è accorto essere colpevoli. Ma se questo sia esatto, potrà giudicare il lettore. Infatti colui che ha occasionalmente pensato al male, non avrebbe dovuto fermarsi in esso né ostinarvisi. Ma, anche se non vi si fosse ostinato, non avrebbe potuto essere beato, dal momento che si era fermato in pensieri malvagi. E, quand'anche non vi si fosse fermato, per il fatto stesso d'aver pensato al male, avrebbe bisogno d'un esegeta ben indulgente, per poter trovarvi motivo di beatitudine. Conclusione: dal momento che nessuno può dire di avere un cuore puro, concediamo che il peccato di pensiero sia veniale; ma sarà forse veniale il peccato di opere? Altra conclusione: se è veniale il fermarsi nel peccato, sarà forse uno stato pieno di beatitudine, solo perché non si persevera nella colpa? E infine, chi non ha avuto pensieri di malvagità, come avrebbe potuto fermarsi nel peccato o perseverarvi? Beato è colui che ha osservato tutte e tre queste condizioni rettamente; ma l'ordine certamente è inverso. Primo è il non perseverare nel peccato; secondo non essersi soffermato nel peccato; terzo non aver pensato a ciò che costituisce colpa. Chi non ha perseverato, infatti, avrebbe pur sempre potuto fermarsi nel peccato; chi non si è fermato in tale condizione, avrebbe potuto pensare al male. Ma chi non vi ha nemmeno pensato, quello è il vero beato. 21. Perciò non ho ritenuto di dover tralasciare nemmeno l'altra lezione, che considera esatto l'ordine dei tre gradini: cioè, chi vuol essere beato, non cammini secondo il disegno degli empi, cioè non si muova nell'ambito dei loro pensieri; poi, non si fermi nella strada dei peccatori; terzo, non sieda nella cattedra della pestilenza. Tu dunque, che nella chiesa sei diventato cristiano, o tu, che aspiri alla grazia, astieniti dai disegni degli empi, per poter dire: Non far perire con gli empi, o Dio, la mia anima né con uomini sanguinari la mia vita. E non pensare all'empietà. Che cos'è l'empietà, se non il tentativo di offendere Dio? La pietà si rivolge prima a Dio, poi ai genitori. Il nemico ci mette spesso in testa pensieri distorti e perciò con prudenza il profeta ha giudicato che si dovessero sorvegliare più i pensieri che gli improvvisi suggerimenti a delinquere. Se dunque ti sei astenuto dai disegni degli empi, sta bene; ma non sei per ciò stesso beato. Guardati anche di non esserti fermato nella via dei peccatori! 22. Con quanta cura sono state scelte le parole della Sacra Scrittura! Infatti tutti siamo sotto il dominio del peccato, e da te essa non esige qualcosa che supera la tua natura: cioè il non commettere alcun peccato (nemmeno il bambino di un solo giorno di vita è senza peccato); ma esige che tu non sia in una condizione di peccato, per così dire, permanente. Non tutti sono empi: e per questo sei chiamato a tenerti lontano da tutte le idee e dalle congreghe degli empi. Ma tutti siamo peccatori: e per questo sei invitato a cessare di peccare. Se tu sei stato una vittima dell'età giovanile, devi correggerti col progredire della maturità. Dunque, non camminare verso colpe più gravi, e non soffermarti in colpe più leggere. In Isaia si trova anche questa parola del Signore: Esci da Babilonia, scappando dai Caldei. Cioè: anche se sei entrato nella confusione dei vizi, esci! Sarebbe stato conveniente non entrarvi; ma vi sei entrato per costrizione della carne, che ti ha reso prigioniero nella legge del peccato. Ora esci! Vieni fuori, anche se è un po' tardi! Spogliati di una pesante schiavitù! Non hai potuto fare a meno di entrare nel peccato a causa della tua fragilità; ma ti è concesso di uscire dal peccato grazie all'astinenza. Esci dunque da Babilonia, scappando dai Caldei! Babilonia è la confusione, che non rispetta l'ordine dei valori: infatti noi manchiamo, quando la mente è confusa da falsi ideali. Caldei sono quelli che esplorano il corso delle stelle, spinti da vuota superstizione, e fomentano gli errori del paganesimo senza fede. Scappa via da questi, che non ti catturino; che non ti avviluppino col laccio pesante della prigionia! Abramo era Caldeo, ma scappò via dai Caldei, e prima che ci fosse la legge. Tu ormai sei nato sotto la legge, scappa via dagli empi! Abramo rifiutò l'eredità dei padri, per possedere quella della fede. Tu abbandona la successione della razza e acquista l'eredità della religione! 23. Ma quand'anche non ti sia soffermato nel peccato, nemmeno così sei beato. Hai ancora di che liberarti. Molti sono i falsi valori, molte le deviazioni dalla virtù; gravi sono gli eccitanti stimoli della voluttà, grave il fomite dell'avarizia, la cupidigia del potere, l'ambizione della carriera: sono come un veleno per la mente dell'uomo e come una piaga pestilenziale che inquina la sua anima. Questa è la cattedra della pestilenza, già occupata dagli Scribi e dai Farisei, che addossano ad altri carichi pesanti, che essi però non vogliono smuovere nemmeno con un dito. Il Salvatore ha gettato queste cattedre fuori dal tempio: sono le cattedre di coloro che si vantavano del loro titolo, che cercavano le cariche più alte; di coloro che si servivano del sacerdozio o del molo più alto per interesse; di coloro che, schiavi della gola, non osservavano minimamente la dovuta vigilanza dell'astinenza. Questa è la vera pestilenza: insomma, i figli di Eli erano figli della pestilenza. In un tale seggio di vizi la Scrittura ci proibisce di posare il capo e di rilassare i muscoli di tutto il corpo. Fa' attenzione dunque ai precisi significati delle parole! 24. Beato chi non s'è soffermato nella via dei peccatori e non siede neanche sulla cattedra della pestilenza. Non c'è il minimo dubbio che « via » significhi il corso di questa vita, dato che la stessa Scrittura dice: Sulla via in cui camminavo, hanno nascosto per me un laccio, e ancora: Sii subito d'accordo col tuo avversario, finché sei con lui in via. E infatti, fintantoché percorriamo il corso di questa vita, abbiamo un sentiero per cui camminare ogni giorno, fino alla meta. Anche se non ci sembra di camminare fisicamente, avanziamo. Come, nelle navi, chi dorme z condotto dai venti nel porto (anche se nel suo riposo non ha la sensazione di navigare, ecco che il corso lo incalza e lo spinge alla meta a sua insaputa), così fluisce l'arco della nostra vita e ciascuno è condotto alla sua meta con un corso segreto. Perciò si dice: Svegliati e alzati! — tu dormi e il tuo tempo cammina — e bada che, mentre dormi troppo, il tempo non ti scappi. Perciò, anche se dormi, sia sveglio il tuo cuore, non vada in vacanza il tuo cuore! Se il tuo cuore non è ozioso, non sono oziosi i tuoi giorni. Uomo, sei in via; cammina per arrivare, che non ti sorprenda in via la notte; che non finisca il giorno della vita prima che tu affretti il progresso della virtù; Sei il viandante di questa vita: tutto trapassa, tutto finisce alle tue spalle, tutto in questa via miri e trapassi. Hai visto l'amenità dei boschi, il verde dei prati, la limpidezza della fonti ed è stato un piacere osservare ogni forma che diletta lo sguardo: ti è piaciuto contemplarla per un attimo e nel contemplarla sei passato oltre. Ancora, nel tuo cammino, ti sei imbattuto in una strada sassosa e dirupata, in cavità di rocce, in precipizi di monti, nel folto delle foreste: non hai avuto tempo di annoiarti, ed hai ancora tirato avanti. Così è questa vita: la buona sorte non resiste e le sfortune non durano. Fa' conto di essere in via: non ti esalti la fortuna né le sfortune ti abbattano; i successi non ti rallentino né le disgrazie ti fermino. Affrettati sempre alla meta, affrettati ad arrivare. Ma scegli bene la via, prima di percorrerla. 25. Ci sono due vie: quella dei giusti e quella dei peccatori; della rettitudine e della malvagità, di cui ha detto il profeta: E guarda se c'è in me la via della malvagità. Ma la nostra vita non è solo genericamente via; la stessa nostra vita è anche o la via della virtù o la via della malvagità. Attenzione dunque che l'avarizia non tracci in te il suo cammino e tu non diventi la via della colpa; o che la disonestà o la libidine non ti facciano diventare una via di malvagità, battuta dal viavai delle infamie. Ti è possibile scegliere chi seguire: i giusti o gli ingiusti. La via dei giusti è più stretta; quella degli ingiusti è più larga. Quella dell'astinenza è più stretta, questa dell'ebbrezza è più larga, per poter dare spazio agli ondeggiamenti. Questa possiede le seduzioni di questo tempo, quella possiede i premi del tempo futuro: nelle seduzioni il vantaggio è più immediato, nei premi futuri la speranza è più lontana. Le cose piacevoli non spostano troppo in avanti l'attesa, ma hanno effetto immediato; le cose serie invece esigono una faticosa ricerca, poiché a stento sono afferrate da una felice intuizione, dal momento che l'occhio non vide né l'orecchio udì ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano. Di solito crediamo con difficoltà a ciò che non vediamo e perciò l'anima è in agitazione e gira attorno or qua or là, come occhi, i suoi pensieri. Allora le si presentano varie forme di realtà e le si squadernano davanti. E se essa ha di mira le realtà eterne, sceglie la virtù; se ha di mira le realtà presenti, sceglie la voluttà. Pesante e impari è la lotta contro i piaceri del tempo presente. Qui c'è la libertà dei capricci, mentre là c'è come il marchio della schiavitù di fare ciò che non piace e di astenersi dai propri desideri. Da una parte c'è festino, dall'altra digiuno; da una parte incontinenza di divertimenti, dall'altra persistenza di lacrime; qui feste danzanti, là anime preganti; qui dolci canti, là tristi lamenti. Sta scritto: Il cuore dei saggi dimora nella casa del lutto e il cuore degli stolti dimora nella casa delle gozzoviglie. È meglio udire il rimprovero dei saggi che il cantare degli stolti. Ma pochi vi prestano ascolto e meno ancora si pongono alla sequela. L'uomo è più attratto dalla dolcezza del peccato, che trova sbocco nel presente ed ingrassa l'istintività di chi lo ascolta, che non dall'austerità della virtù, che avvolge la speranza della fede con una scorza di amara fatica. Beato dunque e ammirevole l'uomo che, al bivio di queste vie, non è stato piegato dalle seduzioni a dirigere il suo cammino per secche e deviazioni. Non a lui si dice: Hai abbandonato i sentieri diritti, allontanandoti in direzione delle vie delle tenebre. 26. Abbiamo visto dunque quale sia la via dei peccatori, in cui il profeta ci ammonisce di non soffermarci. Ma anche l'Ecclesiaste lo insegna con le parole: Non soffermarti nel discorso cattivo; cioè: non persistere in discorsi cattivi e neppure in azioni riprovevoli. Come invece occorra soffermarsi nel bene, ce lo prescrive lo stesso santo profeta, dicendo: I nostri piedi stavano fermi nei tuoi atri, Gerusalemme. In Gerusalemme è bene soffermarsi, da Babilonia è bene scappare. Anche a Mosè vien detto: Ma tu sta' qui fermo con me; a Mosè che scappò dall'Egitto e che perseverava nello stare col Signore. Così nel vangelo, quelli che sono restati fermi fino alle cinque del pomeriggio, hanno ricevuto paga uguale a quelli che avevano lavorato. Le vergini che erano rimaste ferme fino all'arrivo dello sposo, hanno ottenuto di accedere con lui alle nozze; mentre quelle che si erano allontanate e che son ritornate più tardi, ne sono escluse, stando all'autorevole pensiero del Signore. Dunque abbiamo imparato a non soffermarci sulla via dei peccatori e a soffermarci invece nella pratica della virtù. Infatti sta scritto: Tu però sta' fermo con fede. 27. Ora prendiamo in esame il senso di e nella cattedra della pestilenza non si è seduto. Abbiamo detto prima che non si condanna la semplice occupazione di un seggio qualsiasi (quale sospetto di colpa potrebbe esserci?). Ma siccome gli occhi del Signore sempre sono rivolti ai suoi fedeli della terra, noi dobbiamo stare in piedi, come se ci trovassimo al cospetto dell'imperatore o nell'esercizio di qualche servizio. Il soldato sta in assetto di guerra, non sta seduto; 'il soldato in armi non sta reclinato, ma sta in piedi ben eretto. Per questo è detto ai soldati di Cristo: Ecco, ora benedite il Signore, voi tutti, servi del Signore, che state in piedi nella casa del Signore. È invece la malvagità che sta seduta in una cappa di piombo, perché non può separarsi dal peccato a cui sta stretta. Così si dice che gli uomini incalliti nel peccato e deliberatamente radicati nelle colpe, stanno seduti, perché non vogliono sollevarsi né ascoltare la parola che dice: Levatevi, voi che eravate seduti! Ancora il nostro profeta stesso altrove dice: Stettero seduti i principi e mi calunniavano. Ignoriamo forse che una incallita consuetudine al peccato ha il potere di tagliar fuori la natura, che sarebbe recuperabile alla salute, ma che si riduce ad essere incurabile a causa della forza che l'abitudine conferisce alle passioni? Non indugiamo dunque nel vizio, ma ciascuno, anche se vi è stato immerso, salti fuori dalla colpa, come sta scritto a proposito della meretrice: Non fissare su di lei il tuo occhio, ma salta fuori, non indugiare; salta fuori, prima che vi ti sorprendano gli anni della gioventù. Ma — cosa ancor più grave — la maggior parte degli uomini non arrossisce della propria lussuria, nemmeno nell'età della canizie, e conduce una vita infamante fino alla vecchiaia: il cancro della colpa, annidato nelle viscere si ingrossa col passare del tempo. Attenzione dunque ai disegni degli empi! Tali disegni non penetrino nella tua mente, perché non si dica di te: Chi si terrà un fuoco in seno senza che si brucino le vesti? Infatti chi una volta alimenterà nel seno della sua mente la fiamma di una colpa ardente, subito brucerà le vesti del suo corpo. E come il fuoco, che schizza sulla paglia, vi fa presa e continua fino a consumare tutto ciò che intacca, così anche una piccola scintilla di peccato, se è alimentata da qualche vizio, solleva un grande incendio. Non soffermarti dunque nel peccato! Alla fine ecco che ti sei trovato col piede posto sopra l'abisso della colpa; leva subito il piede, che le melme inquinanti non te lo sommergano e per non venirti a trovare seduto sul fango, tradito da una prevedibile caduta. 28. Dunque ci si deve opporre all'insorgere dei vizi, perché non diventino più numerosi e più gravi in un crescendo strisciante. Infatti, come quelli che si girano nel fango, quanto più si voltolano, tanto più si insozzano, così, chi si è imbrattato una volta nel fango della disonestà, se non ne salta fuori rapidamente, si tira addosso una più spessa lordura di disonore, nel quotidiano scorrere di un'esistenza fangosa. Perciò il fetore di quel tetro abisso di colpa cagiona una pestilenza spirituale e il miserabile cancro delle passioni brucianti si diffonde, perché è ormai guasta la via per cui passano i pensieri sani. Di qui penetra nella mente il virus letale; di qui la malattia si insinua nel corpo e il languore nell'animo. È un brutto languore il languore della colpa, il languore dell'avarizia, l'insaziabile languore dell'avidità. Questo sono le ricchezze, come dice l'Ecclesiaste: Un brutto languore, che ho visto sotto il sole, sono le ricchezze riposte, a danno di chi le possiede. Dimmi, Ecclesiaste: perché è brutto questo languore? Prevedo la risposta: perché molti sono divorati dall'avida bramosia. E insaziabile la voracità dell'avidità: Non riesce a saziarsi d'argento chi brama l'argento. Le ricchezze la dilatano, non la colmano. E continua: Anche se qualcuno è stato saziato dalle ricchezze, non c'è nessuno che gli garantisca il sonno. E tutti i suoi giorni scorrono nelle tenebre, nel dolore, nella rabbia, nel languore, nell'ira. E come può dormire se monta un'ansiosa guardia al suo oro? Se ha il terrore di perdite? Se pensa al profitto? Se calcola le rendite dell'usura? Se fa l'inventario dei magazzini? Brutto dunque è il languore che toglie il buon riposo dello spirito. E un brutto languore il lusso, la lussuria, la concupiscenza, il piacere mondano, l'ambizione. Si fa presto a corrompere la sobrietà salutare. Infine, ogni depravazione di questo mondo è una pestilenza. Non toccatela! Non fatevi contagiare! È un cancro pestifero; è contagiosa. È una malattia, è infettiva! Non gustate quelle cose che sono tutte, per il loro uso, destinate alla corruzione, così ha detto l'apostolo: E altrove esclama: La radice di tutti i mali è l'avarizia. Essa provoca malattie, è fonte di dolori, e anche quelli che l'hanno ricercata si sono implicati in molti dolori. Questa è una pestilenza che per lo più non rende né caldi né freddi, ma tiepidi (e ciò è uno scadimento sia per i caldi che per i freddi); e li dispone ad essere vomitati dalla bocca del Signore Gesù, che li ha respinti a causa della gravità dei peccati. È una pestilenza che provoca malesseri, non particolari, ma generali. Tutto il capo è dolorante, tutto il cuore è afflitto: dai piedi al capo le piaghe dei peccatori. Tutto il capo è dolorante, quando soffrono il male dell'avarizia i cosiddetti sapienti. Le capacità del sapiente stanno nel suo capo: si può estendere il concetto anche alla gerarchia della Chiesa. Tutto il cuore è afflitto, quando sappiamo di carne ed affossiamo l'acutezza del nostro cuore nei piaceri corporali. Per questo il Signore dice di aver dato a costoro un cuore di carne. 29. Dai piedi fino al capo serpeggia il crudele cancro della malattia, quando si estende il contagio, quando si arriva a compiangere chi si sente defraudato del piacere di dare sfogo alla sua libidine, chi non ha potuto espugnare il pudore di una vedova, occupare un podere altrui; e tutti penosamente ci si trasmette a vicenda i propri languori. Quante volte si lamentano i vecchi di non poter bere di più! Quante volte si rammaricano che sia finito il tempo di andare a donne, mentre glien'è rimasta la voglia! Quante volte nelle storie degli ubriachi le virtù sono una vergogna, i peccati sono un vanto, l'onestà è uno zimbello, la continenza è una barzelletta, la misericordia è una frivolezza! Queste sono malattie che trasmettono a molti i propri malanni: da Lochi la corruzione si estende a tutti. Siedono nei ritrovi screditando i sobri, ruttando la loro sbornia. Siedono nelle bettole facendo a gara nello sbronzarsi; in mezzo a loro sta la meretrice piena di vino, che sorridendo ammicca all'uno, fa avvampare l'altro e tutti infiamma col fuoco della libidine. Se passa di li una persona onesta ed arrossisce, tutti se ne fanno beffe. Se passa un vizioso, tutti lo vantano e quasi una malattia si trasmette nell'animo di ciascuno: chi ha fama di vizioso infatti, spinge moltissimi ad imitarne le colpe_ E così, imitando il peccato altrui, fanno il male proprio. Non sedere tra coloro che il santo profeta evitava! Imita lui che fugge e non siede, e dice: Non mi sono seduto in compagnia dei malvagi e non entrerò nella cerchia di chi compie ingiustizia! Spiegaci, Davide, perché li evitavi! Mostraci chi sono questi tipi, perché anche noi possamo fuggirli senza esserne contagiati! Dice: Sono corrotti e son diventati abominevoli; non c'è chi faccia il bene, non ce n'è nemmeno uno. In un senso generale il pensiero si riferisce a tutti i viziosi, ma qui può essere in senso specifico riferito a quelli che deridono i buoni, a quelli che Aquila chiamò cleuasta;s (derisori): questi sono davvero morbi, perché, deridendo i buoni, producono moltissimi guasti nelle anime e corrompono lo spirito. Quante sono —secondo lui — le cose da cui l'uomo beato deve astenersi! E ne aggiunge ancora altre. 30. Ma nella legge del Signore è stata la sua volontà e nella sua legge mediterà giorno e notte. Cioè: beato chi agisce con intelletto, con ragione, con consapevolezza. Infatti anche un bambino può astenersi dalle colpe sopraddette, ma non per virtù, ben-si perché non può e non sa peccare. Ciò vale anche per un animale senza ragione, che manca di capacità intellettive e non ha il senso della colpa. C'è dunque un quarto elemento o un elemento ulteriore, che differenzia la definizione di « uomo beato » dall'animale: l'uomo saggio è sottoposto alla legge per volontà propria, non per necessità. Questo è della massima importanza, poiché nell'atto volontario c'è il frutto della ricompensa, nell'atto necessitato c'è solo l'ossequio ad una imposizione. Questo è infatti l'insegnamento dell'apostolo: Se agisco così volontariamente, i:o la ricompensa; se costretto, si pensa ad una imposizione. Ma l'ordine esatto è: 1) amare la legge; 2) meditare su di essa. Chi la ama, ne rispetta i precetti di propria volontà; chi la teme, è costretto ad osservarla. Abbiamo colto nella legge questa capacità di insegnarci anche i comandamenti di Dio. Così infatti sta scritto: Ascolta, Israele: il Signore Dio tuo è il solo Dio; e amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue capacità. E queste parole, che io oggi ti comando, saranno nel tuo cuore e nella tua anima; e le additerai ai tuoi figli e parlerai loro sedendo e in cammino, quando riposi e quando sei desto; e te le legherai come segno alla mano e saranno come ornamenti davanti ai tuoi occhi; e le scriverai sulla soglia delle tue case e delle tue porte. E più sotto: Ed ora, Israele, che cosa richiede da te il Signore Dio tuo, se non che tu ami il Signore Dio tuo e cammini in tutte le sue vie? Anche la Sapienza dice: Siate bramosi delle mie parole, amatele e acquisirete la scienza. Splendente è la sapienza e mai non marcisce: la vedono facilmente quelli che l'amano e la trovano quelli che la cercano. Con buon metodo dunque il santo profeta ci insegna a tenere la nostra volontà entro la legge, a meditare secondo la legge. La volontà entro la legge vuol dire non solo intenzione, ma anche fatto: prima viene la volontà, per seconda l'azione. Anche il Signore, a chi gli diceva: Se vuoi, puoi mondarmi, rispose: Lo voglio, sii mondato!, per mostrarci che la volontà deve essere il presupposto delle nostre azioni. E, da ultimo, la legge cerca chi la vuole, perché la legge del Signore è irreprensibile e converte l'anima, ma nessuno viene convertito, se non si converte di sua volontà. La volontà nasconde ed elimina la sensazione di fatica. 31. E si medita nella legge « giorno e notte »: ciò non significa tanto la richiesta di continua applicazione alla lettura, Guanto piuttosto di una buona disposizione a custodire la legge. La medita pienamente colui che fa di se stesso la sua legge, prestando attenzione all'opera della legge scritta nel suo cuore. Tuttavia Aquila ha riportato soltanto « giorno » omettendo « notte”. Ma ciò che lui riporta non è discordante da tutti gli altri, quanto piuttosto si riferisce a qualcos'altro: cioè, colui che medita la legge, sta sempre nella luce, non conosce notte. E difatti colui, le cui opere risplendono, è impossibile che cammini nelle tenebre, perché la sua giustizia emana luce come un faro. Sulla legge mediti dunque la nostra vita, mediti il comportamento, mediti l'agire, mediti l'intelligenza dei misteri celesti! La legge infatti è copia ed ombra delle realtà celesti, ombra dei beni futuri. Colui che ritrova nel vangelo ciò a cui presta fede nella legge, mediti nelle tenebre e nel giorno, cioè sia nelle disgrazie che nella fortuna. La legge infatti comanda di amare il Signore. Chi ama, deve conservare il sentimento di un affetto perenne in ogni circostanza. Il padre ama il figlio, e lo ama anche quando lo rimprovera, lo ama anche quando lo picchia col bastone: Chi risparmia il bastone, odia il proprio figlio! Anche noi il Signore castiga ed ama. Dunque anche quando commettiamo atti meritevoli di castigo, egli ciononostante ci ama, lui che sa anche accogliere chi ha punito: ma il Signore castiga ogni figlio che accoglie. Allora tu, quando sei castigato, ama, perché sei castigato proprio per venire accolto. Infatti che grandezza c'è nell'amare il Signore Dio tuo, allorquando vivi nella piena abbondanza, hai quel che vuoi, hai la consolazione di onore, di ricchezze, di prole? Ed è usanza comune ricambiare il favore alla persona che ci ha fatto del bene. Così dunque, quando Giobbe era lodato dal giudizio divino, il diavolo obiettò: non c'è affatto da meravigliarsi se Giobbe è riconoscente a Dio, vista la sovrabbondanza delle sue fortune; ci sarebbe motivo di lode allorché, perduti tutti quei beni, continuasse ciononostante nel suo ufficio di devoto adoratore di Dio. Questa è dunque la prima virtù: non abbattersi nelle sventure e non esaltarsi nella fortuna. Questo ti insegna la legge: quando sei nella afflizione, non allentare la tua tensione morale né vestirti di disperazione. Però se vinci, non dire: Le mie capacità e la mia forza mi hanno fatto guadagnare questa posizione. Ma renditi conto che tutto va attribuito alla misericordia di Dio. 32. Isaia proclama: Non sarà confuso chi è nell'angustia fino al tempo stabilito. Per prima cosa bevi questo! Cosa vuol dire « per prima cosa bevi questo »? Mettiamo da parte per ora i sensi mistici e seguiamo fino in fondo i sensi morali, che il senso letterale suggerisce. Il profeta dice che, a causa di gravi colpe, si avranno gravi punizioni e sofferenze tra il popolo; era necessario che si verificassero prima queste cose, per far posto poi alla misericordia. Bevi dunque per prima cosa la tribolazione; infatti abbiamo bisogno di molte tribolazioni per poter entrare nel regno di Dio. Bevi, perché tu possa sentire la tribolazione penetrare nell'intimo del tuo cuore; bevi, con lo stato d'animo di chi soffre, il dolore di chi piange! Quando infatti avrai levato il gemito della tua conversione, allora potrai riconciliarti il Signore, che hai offeso. Per prima cosa bevi dunque questo, perché dolore e angustie siano la tua condizione. La letizia fa presto ad imbeverti di colpa. Il popolo rimpinguato e ingrassato si diede ai bagordi e si allontanò dal Signore. Quello che ti giova è un cuore tormentato. Per prima cosa bevi questo, perché il tuo sacrificio sia accolto dal Signore. Ti insegni l'apostolo che cosa significhi « per prima cosa bevi questo »: cioè, il calice della tribolazione. La tribolazione infatti produce la pazienza. Non può esserci pazienza senza un tirocinio di tribolazione. Egli dice: La tribolazione produce la pazienza, la pazienza produce la prova, la prova da parte sua produce la speranza e la speranza non inganna. Per prima cosa bevi la tribolazione, perché poi ti siano serviti i calici di tante virtù. E perché tu sappia che la tribolazione si può bere, hai sentito proprio oggi che il profeta ha detto: Ci hai abbeverato col vino dell'afflizione; e, in un passo successivo: E darai loro da bere lacrime su misura. Chiede da bere su misura; non oltre misura, così che non possano sopportarlo. Infine dimostrava col suo esempio la buona intenzione con cui pregava: mescolava bevanda e lacrime, perché si curvasse su di lui la misericordia di Dio. 33. Per prima cosa bevi dunque questo, per poter bere la seconda (è ormai tempo di introdurre il senso mistico). Bevi per prima cosa l'Antico Testamento, per bere poi anche il Nuovo Testamento. Se non berrai il primo, non potrai bere il secondo. Bevi il primo per mitigare la sete; bevi il secondo per raggiungere la sazietà. Nell'Antico Testamento c'è l'afflizione, nel Nuovo la letizia. Osserva come il Signore abbia rimediato alle arti del diavolo per i suoi piccoli servi! Il diavolo, con un cibo di frode, ne ingannò uno solo, per insidiare tutti in quel solo. Gesù invece, con un cibo di salvezza, riscattò tutti, perché in tutti fosse ripristinato anche quell'uno che era stato ingannato. Il diavolo inventò il calice d'oro di Babilonia, perché quanto più uno bevesse, tanto più avesse sete e per invogliare alla bevuta, grazie alla preziosità dell'oro, visto che la bevanda non poteva piacere. Propinò il vino delle sue botti, chiedendo aiuto al prezioso metallo. Al contrario il Signore Gesù fece sgorgare l'acqua dalla roccia e tutti bevvero. Quelli che la bevvero nella figura, furono sazi; quelli che la bevvero nella verità, furono inebriati. Buona è l'ebbrezza che infonde letizia e non arreca smarrimento! Buona è l'ebbrezza che rinsalda i passi di una mente sobria! Buona è l'ebbrezza, che irriga il terreno della vita eterna che ci è stato donato! Bevi dunque questo calice, di cui il profeta ha detto: Che meraviglia il tuo calice, che dà l'ebbrezza! Non ti faccia impressione che il calice di Babilonia sia d'oro, perché tu invece bevi il calice della sapienza, che è più prezioso dell'oro e dell'argento. Bevi dunque tutt'e due i calici, dell'Antico e del Nuovo Testamento, perché in entrambi bevi Cristo. Bevi Cristo, che è la vite; bevi Cristo, che è la pietra che ha sprizzato l'acqua; bevi Cristo, che è la fontana di vita; bevi Cristo, che è il fiume la cui corrente feconda la città di Dio; bevi Cristo, che è la pace; bevi Cristo, che è il ventre da cui sgorgano vene d'acqua viva; bevi Cristo, per bere il sangue da cui sei stato redento; bevi Cristo, per bere il suo discorso! Il suo discorso è l'Antico Testamento, il suo discorso è il Nuovo Testamento. La Scrittura divina si beve, la Scrittura divina si divora, quando il succo della parola eterna discende nelle vene della mente e nelle energie dell'anima: così, non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola di Dio. Bevi questa parola, ma bevila secondo il suo ordine: prima nell'Antico Testamento, e passa presto a berla anche nel Nuovo Testamento. E, come se avesse fretta anche lui, il profeta dice: Galilea dei gentili e parti della Giudea, popolo che camminavi nelle tenebre, guardate una grande luce! Voi che abitate nella regione della morte, una luce risplenderà sopra di voi. Bevi dunque presto, perché ti risplenda una grande luce. Non la luce usuale, non quella del giorno, non quella del sole, non quella della luna, ma quella che non dà spazio all'ombra della morte. Infatti, chi vive nell'ombra della morte, non può certo vedere la luce del sole o del giorno. E, come se tu domandassi l'origine di tanto splendore, di tanta gratuita bellezza, ti si risponde: Perché a noi è nato un bambino, a noi è stato donato un figlio. Un bambino, in quanto nato da una vergine; un figlio, in quanto generato da Dio, è l'autore di tanta luce. A noi è nato un bambino, a noi che crediamo, non ai Giudei che non hanno creduto; a noi, non agli eretici; a noi, non ai Manichei. A noi è nato, perché il verbo si è fatto carne ed abitò tra noi; a noi è nato colui che ha preso carne da una vergine, poiché un uomo è nato da Maria. Per la carne si può parlare di nascita, per il verbo di dono: quello che è nostro, è nato tra i nostri; quello che è sopra di noi, è stato a noi donato. 34. Ci siamo dilungati a sufficienza, credo, ma non inutilmente: volevamo insegnare che dobbiamo amare il Signore anche nelle tribolazioni e non allontanarci da lui, poiché spesso tribolazione e letizia si alternano. E così, chi non si abbatte nella tribolazione e segue la legge, questi è beato. 35. E sarà come un albero piantato vicino alle correnti di :in fiume, che darà frutto alla sua stagione, e le sue foglie non cadranno, e tutto quello che farà avrà successo. Che felicità è mai questa, che è paragonata ad un albero, se non interpretiamo quest'albero come l'albero della vita, prodotto dalla terra nel mezzo degli altri alberi, piantato nel paradiso, in quel luogo delle creature felici? Tra i molti alberi, di bella vista e di buoni frutti, la :erra produsse anche questo albero, ed esso stava nel mezzo del paradiso, perché il suo lussureggiante vigore rendesse rigogliosi tutti gli altri alberi. E quale albero diciamo che sia, se non quello per cui ci è venuta la salvezza? L'albero è stato giustamente prodotto dalla terra, come Cristo è stato generato da una vergine, che era terra secondo la sentenza del creatore che è stata pronunciata contro l'uomo: Sei terra e nella terra ritornerai. Bello anche è leggere che stava nel mezzo degli altri alberi, come Cristo, che stava nel mezzo degli apostoli che ascoltavano; oppure perché era nel mezzo della mente e del cuore, come egli stesso ha detto: In mezzo a voi sta uno che non conoscete, e altrove: Ma io sono in mezzo a voi. E così di lui ha parlato anche Salomone: Albero della vita è per tutti quelli che lo afferrano. Dunque, chi è beato, sarà imitatore del Signore Gesù, che è albero della vita, albero della sapienza, piantato nel seno di una vergine per volontà del Padre, che l'ha piantato perché abbia a resistere in eterno e dare frutto alla sua stagione. Non sarebbe potuta inaridire infatti questa piantagione, che aveva insita in sé la perenne fecondità della grazia spirituale. Così, pieno di Spirito Santo, Gesù usci dal Giordano. Queste sono le correnti del fiume, di cui parla il vangelo: Sgorgheranno dal suo ventre vene di acqua viva. E diceva questo a proposito dello Spirito che stavano per ricevere quelli che erano disposti a credere in lui. 36. Ma esiste anche un'altra interpretazione, dato che ci sono acque che Geremia ci proibisce di bere, dicendo: Che affinità c'è tra te e la strada d'Egitto, per bere l'acqua del Geon? C'è anche il fiume Tigri, che scorre nel territorio degli Assiri; c'è anche l'Eufrate, che va verso Babilonia; c'è anche il Fison (il significato del suo nome per noi latini suona come « voltafaccia »), che circonda la terra di Evilat, terra dell'oro, e di buon oro, e del carbonchio e dello smeraldo. È proprio vero che lì si volta la faccia; non si rispetta la parola data, ma c'è l'inganno nella faccia dove c'è il buon oro. L'avarizia infatti infrange la lealtà e non tiene un linguaggio univoco: i gioielli preziosi riescono a cambiare la mente e l'animo, così che nel cuore si trovi un pensiero e nella lingua un altro. Dunque, in quelle terre tra i fiumi stettero i Giudei, prigionieri, condotti in Egitto, in Assiria, a Babilonia. Qui, sulle rive dei fiumi di Babilonia, sedevano e piangevano l'angoscia della loro disgrazia. E, secondo la testimonianza di questo stesso profeta, appesero i loro strumenti e abbandonarono ogni letizia là, dove ebbero a sopportare pene più gravose. Così, mentre le altre dieci tribù furono condotte in Assiria, due, quelle di Giuda e di Beniamino, passarono a Babilonia, come colpevoli d'un delitto più grave. Infatti più severa è la punizione per l'adulterio della figlia di un sacerdote che quella delle altre adultere, perché essa con il suo vergognoso disonore ha macchiato il decoro di una stirpe sacerdotale. 37. Dunque, come quelli sono vissuti tra le più gravi tentazioni, così il nostro Salvatore offri se stesso a molte tentazioni, per non sottrarsi a nessuna lotta contro le tentazioni umane. Allora, giustamente si dice che è stato piantato vicino alle correnti di questi fiumi, non dentro le correnti: voleva così farci capire che ne era a contatto, ma non sommerso. Il principale attacco contro di lui fu portato dalla carne e dal sangue. Così ha detto: Padre, allontana da me questo calice; ma non la mia, bensì la tua volontà sia fatta. Gli fu fatta balenare dinanzi la tentazione della ricchezza, quando il nemico gli offriva tutti i regni della terra, purché il Signore prostratosi l'avesse adorato. Ecco qui le correnti di due fiumi, il Geon e il Fison. Ha sostenuto una lotta contro i principi del mondo; ha sostenuto, proprio nella sua passione, una contesa contro i tentatori (così vengono chiamati i Persiani nel testo ebraico), che deponevano testimonianze false, e contro quelli che dicevano, su suggerimento del diavolo: Discenda ora dalla croce e gli crederemo! Ecco qui i fiumi Tigri ed Eufrate. 38. Anche l'apostolo poi ha definito che quattro sono le forme della nostra lotta, dicendo: Noi non dobbiamo lottare contro la carne e il sangue, ma contro i principati e le potestà, contro i reggitori di questo mondo e del mondo delle tenebre, contro gli spiriti del male che stanno nei cieli. Ecco i corsi d'acqua che escono dal paradiso. Perciò io penso che chi desidera tornare in paradiso, debba valicare le correnti di queste acque. E non per nulla il medesimo pensiero ha espresso lo stesso santo profeta, quando ha dimostrato che poteva sperare di aver guadagnato ormai il paradiso colui che aveva subito la prova di tutte le tentazioni. Pertanto così ha detto: I miei occhi sono discesi lungo le correnti di acque. Come infatti all'entrata del paradiso sta una spada di fuoco, perché colui che ritorna debba passare attraverso il fuoco, bruciare i suoi peccati, saggiare il suo oro, così chi ritorna, ritorna attraverso queste correnti. Ed hanno buon motivo i santi di dire: Siamo passati oltre il fuoco e l'acqua. Di queste correnti parla anche Isaia: Se tu passi oltre l'acqua, i fiumi non ti serreranno. Quali fiumi? Senti quel che dice Davide a proposito di coloro che si affrettavano verso il paradiso: L'anima nostra avrebbe forse dovuto attraversare un'acqua invalicabile. 39. Alcuni, a proposito di queste quattro tentazioni, chiamano in causa anche quel passo: Camminerai sopra l'aspide e il basilisco e calpesterai il leone e il dragone". Come se vi avesse camminato sopra nell'incarnazione, li avesse calpestati nella passione o li calpestasse al momento della consegna del regno, che consegnerà al Padre, quando avrà cacciato ogni principato. Buona poi è la lezione di Aquila, g-to g-metapephuteumenon, vale a dire « trapiantato »: perché prima è stato piantato in una vergine, poi trapiantato in paradiso, come ha detto al ladrone: In verità ti dico, oggi sarai come me in paradiso. 40. Questo albero dunque darà frutto alla sua stagione. Gli alberi di questa terra si dice che « portano » il frutto, non che « danno » frutto. Ma l'albero della vita e della sapienza « dà » frutto, cioè lo regala generosamente. Ancora si affaccia quella obiezione: « Se è albero della sapienza, perché darà frutto ad una certa stagione e non sempre? ». Non ci avvenga di pensare questo di Cristo, sarebbe un grave errore! Ma tu, che hai letto che il Signore porrà a capo dei suoi servi un amministratore fedele e accorto, perché dia ad essi la giusta misura di frumento ad una certa stagione — ad una certa stagione, comunque, non sempre —, non devi certo provare turbamento. La sapienza ha sempre la possibilità di dare frutto; ma, proprio perché è sapienza, lo deve dare sapientemente, amministrare accortamente, se mai capiti che noi meritiamo o siamo in grado di ricevere la misura piena. Come quaggiù è l'ultima stagione quella che dà frutto, anche di là l'ultimo tempo darà il buon frutto a chi ne abbisogna e ci metterà in grado di accogliere e di conservare la comunione di vita con la resurrezione di Cristo. Ora non ne siamo in grado, non la reggiamo finché viviamo in questo tempo di vizi: qui infatti c'è la corruzione. E avremmo dovuto stare in guardia per non corrompere i buoni frutti, datici dall'albero della vita, perché ora noi siamo soggetti alla corruzione, di là invece non più, dato che sta scritto: E i morti risorgeranno, non più soggetti alla corruzione, e noi saremo trasformati. Bisogna infatti che questa nostra corruttibilità vesta l'incorruttibilità e che la nostra mortalità vesta l'immortalità. Quale vantaggio sarebbe dunque stato, per chi era destinato alla morte, ricevere ciò che la morte doveva sottrargli? Sa dunque bene la sapienza a chi e quando debba dare, lei che non perde nemmeno una foglia del suo albero. Per questo prendiamo ora in considerazione quale sia il frutto e quale la foglia della sapienza. 41. Il frutto sta più all'interno; la foglia è fatta per proteggere il frutto o dal sole torrido o dal freddo. Il frutto è come la fede, la pace, l'apice della dottrina, la meta della vera conoscenza, la natura dei misteri. Questi frutti li custodisce una vita virtuosa; una vita peccaminosa, anche se li ha ricevuti, li perde. Dio ha detto al peccatore: « Perché vai raccontando la mia giustizia? ». Riguardo ai misteri celesti, nella realtà mistica si trova il frutto, nella morale la foglia. Infatti le virtù senza la fede sono come foglie; sembrano rigogliose, ma non possono essere utili; sono scosse dal vento perché non hanno fondamento. Quanti pagani hanno la misericordia, la sobrietà, ma non ne hanno il frutto, perché non hanno la fede! Cadono presto le foglie, al primo spirare del vento. Anche alcuni tra i Giudei hanno la castità, molta assiduità ed attenzione nella lettura delle Scritture, ma sono senza frutto e si girano e rigirano come le foglie. Sono forse queste le foglie che il Salvatore ha trovato in quel fico, dove non ha trovato frutto. 42. La realtà mistica salva e libera dalla morte; la realtà morale invece è ornamento della dignità, non aiuto della redenzione. Che la realtà mistica sia superiore a quella morale insegna anche lo stesso Signore nel suo vangelo, quando parla di Maria. Ella sedeva ai piedi del Signore e ne ascoltava la parola, mentre Marta era indaffarata a servirlo e si lamentava che sua sorella non l'aiutasse nel preparare la mensa. Diceva il Signore: Marta, Marta, è Maria che si è scelta la parte migliore, e non le verrà tolta. Colei che serviva Cristo nella mensa non reggeva il confronto con quella che desiderava ascoltarne la parola. Se è così, quale vita attiva potrà reggere il confronto con lo zelo per la contemplazione dell'eterno? Purché tuttavia né la fede manchi alla vita attiva né la vita attiva manchi alla contemplazione, come in Maria, affinché le foglie non siano senza frutto o il frutto non sia scoperto, privo delle sue naturali difese, e non soffra danno. 43. Possiamo spiegarci anche il perché Adamo ed Eva si coprirono di foglie, quando cercavano vesti corporee: perché questo era profezia della resurrezione del corpo del Signore (nemmeno la carne che prima, come le foglie, aveva il destino della morte, sarebbe più morta in Cristo) e del corpo di tutti quei giusti, che secondo il vangelo conformassero gli atti della loro vita all'imitazione dell'albero della sapienza, nato da una vergine. Infatti il testo greco dice così: g-ho g-ton g-karpon g-autou g-dÿocsei [= ciò che darà suo frutto], che può riferirsi anche al beato: g-makarios g-karpon g-dÿocsei in greco [ = il beato darà frutto]. Ma in latino si trova il maschile qui [ = colui che], così da significare: Colui che è beato darà frutto, nella sua resurrezione, poiché allora può darlo per sempre. Può anche essere g-ho g-ton g-karpon g-autou: g-huper g-xulou [= il quale darà suo frutto, a proposito dell'albero], in modo da riferire « il quale » all'albero, le cui opere tutte avranno successo. Qui risulta evidente che ci si riferisce al Salvatore. Di chi, se non di lui, altrimenti possono essere lodate tutte le opere ed avere successo? Ma Aquila dice « saranno dirette D" [al posto di avranno successo] e sembra così riferirsi anche ad ogni uomo che Dio dirige col favore celeste. Infatti dal Signore sono diretti i passi dell'uomo e il profeta Davide ha chiesto che la sua preghiera fosse diretta al cospetto di Dio. Ma anche lo stesso Signore ha diretto le sue opere, perché non risultassero curvate dalla benché minima tortuosità di errore. 44. Così continua: Non così chi è senza fede, non così; ma come polvere che il vento disperde dalla faccia della terra. Cioè: non così come l'uomo beato, che è beato proprio perché non ha camminato secondo il disegno degli empi, perché non si è fermato nel peccato, non si è seduto insieme con i malvagi, che vogliono pervertire gli uomini di fede e di vita devote; non come l'uomo che ha tenuto la sua volontà ferma nella legge e che mediterà su di essa, oppure, come ha scritto Aquila, risuonerà nella legge, perché la sua vita risuoni dei precetti della legge, li riecheggi il suo comportamento, come quei beati, il cui suono si è diffuso per tutta la terra. Forse quaggiù potrebbe diffondersi il suono della dottrina umana; ma lassù, dove ci sarà possibile la visione a faccia a faccia, parrebbe verificarsi un'espressione, per così dire, più piena della parola. Chi è senza fede, l'empio, dunque non sarà così, come questo beato, che ha compiuto tali azioni; che sarà come un albero piantato, le cui opere tutte avranno successo. Per questo è stata messa una ripetizione, ad opera o dell'autore stesso o di una aggiunta successiva — come qualcuno pensa —, perché il pensiero risultasse maggiormente ribadito dalla ripetizione: Non così chi è senza fede, non così; essi saranno come polvere. Sono infatti di terra e come la polvere è dispersa in presenza di vento, così anche costoro saranno dispersi e dissolti dallo Spirito Santo, che, come il vento austro, spira abitualmente propizio alla terra fertile e all'anima feconda. 45. Questo vento è chiamato nel Cantico (Vieni, austro) a sciogliere con la mitezza d'una brezza più dolce i campi del nostro cuore, che, stretti nella morsa del gelo invernale, rifiutavano ai semi l'accoglienza nel loro grembo. È bene per noi che spiri questo vento, che sa condurre in porti sicuri le navi di Tharsis, che recavano a Salomone i materiali necessari per il suo tempio. Ma questo vento potrà spirare, se finirà il soffio rigido di borea. Per questo la chiesa, o l'anima devota, dice: Levati, borea, e vieni, austro! Cioè: tu, borea, ritirati, e vieni, austro, spira nel mio giardino, tu che non mi devasti i fiori, ma li risparmi. Dunque, l'anima piena di devozione ha un giardino o, meglio, è lei il giardino che porta frutti. Mentre l'anima che spalanca le porte all'empietà ha un deserto, che è sterile. Quella, certo, la rese feconda il Signore, ma questa si è raccolta da sé la sabbia di chi non ha fede. 46. Perché ti agiti tanto, uomo empio senza fede? Forse perché hai potenza di onori e abbondanza di ricchezze? Non ti accorgi che sei polvere e che sarai disperso e dissolto? Sta scritto: Ho visto l'empio esaltato ed innalzato al di sopra dei cedri del Libano, sono passato oltre, ed ecco che non c'era più. Perché ti vanti che molti servi ti circondano, che molti amici ti fanno corona, che moltissimi cavalli sono al tuo seguito? E ce ne elenchi la razza e la genealogia, come fai con i tuoi antenati. Ostenti la tua ricchezza, perché coi tuoi banchetti puoi pascere i tuoi soci. Magari pascessi i poveri, magari pascessi non chi ti serve nei bagordi, ma chi ti aiuta a intercedere! Ti vanti, perché subito ti si cede il passo quando avanzi e gli uomini si scostano, come se fossi una bestia selvatica o una belva. « E dici niente? ». Ma non senti che tutto questo passa come un'ombra? A che giovano le toghe consolari e le toghe trionfali ricamate e luccicanti di ori? Uscirai di scena nudo e lassù nessuno riconoscerà un console. A che servono proprietà sterminate? Sono di tutti, non tue: oggi le possiedi tu, domani un altro. Quando tu uscirai di scena, ecco che ne entra un altro. Non hai fatto a tempo a muovere un passo che, ecco, un altro ha già il piede dentro. Quanti prima di te sono stati in quel posto; quanti dopo di te ne avranno il possesso! E questo tu lo chiami proprietà privata? Chi mai è stato liberato dalla morte ad opera delle ricchezze, o, meglio, chi non hanno portato alla morte le ricchezze? Quale padrone è stato richiamato dagli inferi ad opera delle sue sostanze? Per chi il potere ha costituito un motivo di assoluzione? Polvere è l'empietà, come polvere è il potere dell'empio senza fede. Esso getta polvere negli occhi, ma non può dare la salvezza. Non appena il vento comincia a soffiare con forza, lo disperde e lo dissolve, agita l'aria e mette a nudo il terreno. Come polvere è disperso, svanisce come fumo, si scioglie come cera. 47. Basandosi su questo passo, la maggior parte degli esegeti ha sollevato un problema non di poco conto: se la Scrittura divina sostenga qui la mortalità della natura umana; tanto più che altrove si dice: Li frantumerò come polvere in presenza di vento e li cancellerò come il fango delle strade, e altrove: Ecco, saranno smarriti e in soggezione tutti i nemici. Saranno come non esistenti. Ma io comincio col chiedere se l'empietà sia, a loro avviso, secondo natura o estranea alla natura. Se sostengono che è secondo natura, è certo che sbagliano. Allora mi devono dire se il peccato sia o no conforme alla natura. Ma è sicuro che peccato è deviare da ciò che è secondo natura. Quale sciocchezza maggiore dunque del dire che essere senza fede pare meno grave dell'essere peccatore? Ma se il peccato più grave di tutti è quello che costituisce offesa diretta a Dio? Se invece l'azione empia non è estranea alla natura, ne deriva che la vita empia deve considerarsi secondo natura, esente da peccato, e non deve ritenersi degna di biasimo. Non può essere biasimato chi agisce secondo natura. Si può quindi concludere che l'empietà è estranea alla natura. Come mai allora la Scrittura introduce, assieme al concetto di perdita del proprio stato di vita, l'espressione g-sunapoloumenas g-phuseis, cioè « nature destinate a perire », se l'empietà non è proprio naturale, ma estranea alla natura? Non si può perdere ciò che non si ha e non può perire quella sostanza che non è mai esistita. Infatti, anche la polvere rimossa è trasferita in altre sostanze, come l'acqua, l'aria o il fuoco: cioè, sembra spesso trapassare in un'altra natura. Non svanisce dunque nel nulla, ma trapassa in altro. 48. Nulla vieta dunque che anche l'uomo, che dalla potenza provvidente del verbo è frantumato come polvere, non venga dissolto nel nulla, ma sia mutato in meglio: da uomo terreno ad uomo spirituale; scompaia il fango delle strade, eliminando così le rugosità e lo sporco e lasciando tutto liscio e pulito. Quanto all'espressione, rivolta contro i nemici di Gerusalemme: Sono come non esistenti, avrebbe potuto suonare così: « non esisteranno in futuro ». Ma quando la Scrittura ha detto: Saranno smarriti e in soggezione, certo tu ne hai inteso il senso: esisteranno per effetto della loro sostanza e del miglioramento apportato dalla conversione, ma non esisteranno più come nemici quali furono. E così non esisteranno più sotto l'aspetto negativo della loro malvagità, ma esisteranno mutati dalla fede e dalla religione. Così dunque anche altrove, a nome del peccatore, si dice: E sopporterò l'ira del Signore, poiché ho peccato, finché egli giustifichi il mio giudizio. Infatti Dio, che vuole convertire il peccatore, lo punisce e lo brucia per purificarlo. Perciò continua: E mi farà uscire alla luce. Infatti anche la cera è bruciata dal fuoco, è resa liquida per diventare pura. Anche noi siamo saggiati col fuoco e il fumo ne esce puro, dopo la consunzione di ogni materia estranea, e non intacca la natura. Così anche l'anima, purificata da ogni tara, trapassa nella sua vera essenza, non in ciò che non è. Come ha detto Balaam: Muoia l'anima mia nell'anima dei giusti; perché morissero le sui pecche e una certa familiarità con la malvagità, per passare poi alla consuetudine di vita coi giusti. Dio vuole che tutto si salvi. Per questo anche Salomone ha detto: Dio non ha creato la morte né si rallegra che i vivi si perdano. Ha fatto l'anima perché viva, ha creato l'uomo per l'immortalità, facendolo a sua immagine. Ma gli uomini hanno deviato dalla bontà della natura e si sono resi soggetti alla morte, facendosene corrompere come se fossero di terra. Ma Dio spinge, attraverso le tribolazioni, al pentimento, perché attraverso il pentimento si bruci e si consumi quel male accidentale della malvagità e muoia e quella zona dell'anima, che era possesso della malvagità accidentale, si apra a ricevere la virtù e la grazia. È certo che preziosa è la natura dell'anima, che, creata a somiglianza di Dio, dà accoglienza ad ogni virtù, proprio perché non le è tolta la comunione della conoscenza divina. 49. A questo punto, non resta altro, crediamo, che quella domanda che corre sulla bocca di molti: per qual motivo Dio, senza il cui volere non cade nemmeno il passero più insignificante e che conosce il numero dei capelli del nostro capo, abbia detto per bocca di Isaia: Tutte le nazioni sono state considerate come una goccia che cade dal vaso o come una piccola tacca della bilancia e conteranno come uno sputo? Così dunque moriranno tutte le nazioni, come una goccia che cade dal vaso e come uno sputo, senza servire a nulla? Ma tu sai che il nostro Dio non ha mostrato di considerare le nazioni come un niente. Fino al punto da dire ad Abramo: Saranno benedette in te tutte le nazioni, e fino al punto di parlare, per bocca di Davide, al Figlio dicendo: Darò a te, come tua eredità, le nazioni, e poco dopo: Tutte le nazioni lo serviranno. Tu hai letto che egli ha offerto suo Figlio per ogni nazione, per salvare i peccatori. E allora devi ben considerare il valore del pensiero di Dio in questo passo. Rappòrtati infatti alla moltitudine delle creature celesti, come pure al cielo che è molte volte più grande della terra (tanto che molti hanno sostenuto che la terra non è che un punto rispetto al cielo, in rapporto agli angeli, agli arcangeli, ai principati e alle potestà, ai troni e alle dominazioni, che sono migliaia, decine di migliaia, infinite migliaia). È rispetto a queste creature che le nazioni sono state considerate come una goccia che cade dal vaso, contenente la pienezza del tutto. Dunque, come una goccia che cade, ma da quella pienezza celeste, ,sono state considerate le nazioni u. E come si sarebbe potuto considerarle grandissime, visto che la stessa terra, in cui sono comprese le nazioni, è un'infinitesima parte dell'universo, e visto che, tra tutte le creature di Dio, le nazioni non costituiscono che un'impercettibile oscillazione della bilancia? Nello stesso tempo riconosci che attraverso questa bilancia Dio ha creato l'universo con giustizia e che nelle stesse nazioni è insito per natura un qualche elemento, in cui può ravvisarsi almeno un'impercettibile tacca della giustizia, e c'è uno sputo stesso, come una particella, che sta più all'interno, nel complesso di tutto il corpo. 50. Dunque più ancora qui si celebra la misericordia, poiché colui che è venuto alla ricerca di chi era perduto, non ha disprezzato come vile quella goccia, ha sollevato quella piccola tacca della bilancia e si è degnato di donare sostanza di un corpo buono a quello sputo: cioè ha radunato tutte le nazioni nell'unico corpo della chiesa. Ma tra le nazioni si può annoverare anche Israele, che sempre ha avuto parte alla sua divina giustizia, poiché Mosè di Israele ha detto: Ecco un popolo sapiente e attaccato alla dottrina, una grande nazione. La bontà di Dio, sappilo, ha traboccato al di sopra del nostro merito, e l'apostolo infatti ha così interpretato questo passo profetico: Dio ha racchiuso tutto nell'incredulità, per esercitare la misericordia su tutto, e ha aggiunto: O profondità dei tesori della sapienza e della scienza di Dio! Come sono imperscrutabili la sua giustizia e impenetrabili le sue vie! Chi infatti ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, in modo da poter esigere il contraccambio? Preannunciando questo testo, il profeta ha detto: Tutte le nazioni sono state considerate come una goccia che cade dal vaso, e quel che segue: perché si capisse che il senso di questa frase si accorda con l'interpretazione dell'apostolo. 51. Ma quando il santo profeta aggiunge: Poiché non risorgono gli empi nel giudizio, significa chiaramente che non è vero che si vuole introdurre qui nature destinate a perire. Non ha detto infatti semplicemente « non risorgono », ma « risorgono, però non nel giudizio ». Colui che risorge, certamente esiste e dura. Ma se non ha creduto in Cristo, è come già giudicato e non si presenta al giudizio, perché già lo attende la pena del giudizio concluso. Certo, anche sulla resurrezione vi sono testimonianze di innumerevoli passi della Scrittura, e non le abbiamo trascurate nella nostra opera « Sulla consolazione e sulla resurrezione » ". Quanto al passo, non risorgono gli empi nel giudizio, sappiamo che secondo il vangelo è sentenza perentoria che non tutti saranno giudicati. Ma l'apostolo dice: Bisogna infatti che tutti noi stiamo davanti al tribunale di Cristo, perché ciascuno riceva ciò che spetta al proprio corpo, a seconda di come si è comportato: il bene o il male. I più credono che ciò sia contrastante con quanto si è detto e non si accorgono che il Salvatore ha inteso invece parlare dei sacrileghi e degli empi, che non hanno creduto nel Signore Gesù. Ha detto infatti: Colui che crede in me, non vien giudicato; colui che invece non crede, è come già giudicato, perché non ha creduto nel nome del Figlio unigenito di Dio. E questo è il giudizio: la luce è venuta in questo mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre della luce; erano malvage infatti le loro opere. È chiaro di chi si parla. Si parla di quelli che non hanno creduto nel Signore Gesù. Anche l'apostolo ha usato, è vero, il termine « tutti », ma certamente intendeva parlare di quelli che hanno creduto e che dovranno rendere conto delle loro azioni nel giorno del giudizio. Così dunque, anche lui dice in altro passo che nel giorno del giudizio sarà rivelata la testimonianza della nostra coscienza, quando i nostri pensieri si accuseranno a vicenda tra loro, come sta scritto, o si difenderanno e si apriranno i segreti del cuore. In modo estremamente evidente ciò appare anche in altro passo: Tutti certo risorgeremo, ma non tutti saremo cambiati. Infatti i giusti saranno cambiati in immortali, conservando il loro corpo vero e reale. Anche Daniele dice: Si è insediato il giudizio e sono stati aperti i libri. Egli mostra così che ci sarà il giudizio, e particolarmente lo conferma in un altro passo: Molti che siedono nella tomba di terra si leveranno, questi per la vita eterna, quelli per la vergogna e lo smarrimento eterno. E i saggi risplenderanno come lo splendore del cielo e tra i giusti molti brilleranno come stelle. 52. Che cos'è questo giudizio di giudici in seduta e quali sono questi libri aperti, se non le nostre coscienze, che, come libri, contengono la lunga storia dei nostri peccati? Anche se è indegno ritenere questo giudizio come qualcosa di simile a un giudizio umano. Diverso è il giudizio di Cristo: in esso è la coscienza stessa a rivelarsi e non può evitare il giudice che scruta i segreti; in esso sono lampanti i pensieri agli occhi di colui che diceva a quegli uomini che stavano ancora pensando: Perché nutrite cattivi pensieri nel vostro cuore? Lo diceva ai Giudei, ma lo diceva a tutti: che qualcuno non pensi di poter mantenere segrete le proprie azioni o, al riparo delle proprie pareti, di poter evitare testimoni della sua colpa segreta. Perciò anche l'evangelista ne dà testimonianza, dicendo: Ma Gesti conosceva i loro pensieri. Perché allora dice: Sono stati aperti i libri? Non si parla certo dei libri scritti con l'inchiostro, ma con il sudiciume delle macchie di delitti e di infamie. Sarà aperto il libro della tua coscienza; sarà aperto il libro del tuo cuore; la nostra colpa sarà letta ad alta voce. Il libro c'è, se ci sono le pagine. Anzi, i libri scritti ci sono, se ci sono le pagine scritte. Quelle che scrive la dottrina dell'apostolo con lo Spirito Santo, come leggiamo in Paolo, che dice: Voi siete la nostra lettera, scritta non con l'inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivo, non su pagine di pietra, ma sulle pagine carnee del cuore. Ci sono dunque pagine del cuore, scritte con lo Spirito Santo, e queste saranno lette ad alta voce. Se avrai agito bene, il loro scritto resisterà. Attento a non levarvi la grazia dello Spirito Santo! Attento a non cancellarla e a non scriverci con l'inchiostro le tue infamie, che non arrivi il giorno del giudizio e il giudice non dica: « Si dia lettura ad alta voce dei libri; si dia lettura ad alta voce delle pagine delle sue azioni! ». E a te non dica: « Sono stato io a scrivere le tue pagine; perché tu hai cancellato le mie lettere? Sono stato ancora io a scrivere i miei doni; perché tu hai cancellato i miei benefici ed hai scritto il tuo disonore? Non hai letto che io scrivo? Non ti ho detto per bocca del mio profeta: La mia lingua è la penna di uno scriba che scrive veloce? E il giudizio spetta alla parola ». 53. Dunque, molti di quelli che dormono nella tomba di terra si leveranno, per una resurrezione di vita quelli che hanno agito bene; per una resurrezione di giudizio quelli che hanno agito male. L'espressione di Daniele, per la vita eterna, diventa nel Salvatore per una resurrezione di vita. Ugualmente l'espressione di Daniele, per la vergogna e lo smarrimento, diventa nel Salvatore per una resurrezione di giudizio. Perciò non ci conviene andare sotto giudizio e non ci conviene nemmeno non andarci: se non ci andiamo, pare che la condanna sia già espressa; se ci andiamo, ci sottoponiamo al peso di un giudizio così severo con la tara dei nostri peccati. Il profeta chiede che il Signore non entri in giudizio col suo servo. E quanto più noi dobbiamo temere il giudizio del Signore! Metti il caso che il Signore nella sua misericordia ci perdoni: ma quante colpe saranno rivelate, che credevo fossero nascoste! Che vergogna, che smarrimento ci sarà quando io, che facevo di professione il maestro degli altri, sarò scoperto come un reo delle colpe di cui accusavo gli altri! 54. Sono presentate due specie di resurrezione, sia dal Salvatore che da Giovanni nell'Apocalisse quando dice: Beato colui che ha parte nella prima resurrezione! (Questi infatti giungono alla grazia senza passare attraverso il giudizio; quelli invece che non vengono alla prima resurrezione, ma sono riservati alla seconda, saranno nel fuoco fino a che non si colmi il tempo tra la prima e la seconda resurrezione, o, se non lo avranno colmato, resteranno nella loro pena più a lungo ancora). Per questo allora chiediamo di poter aver parte alla prima resurrezione. Vi sono anche quelli che sono risorti durante la passione di Cristo ed è ovvio che questi sono beati, perché hanno ricevuto la grazia di Cristo ed hanno udito la sua voce, di cui sta scritto: Viene l'ora in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l'udranno, vivranno, e poi: Sono entrati nella città santa. Penso che egli voglia indicare quella Gerusalemme superna piuttosto che questa Gerusalemme che ha abbandonato, che ha messo sotto accusa, poiché in questa erano entrati con i piedi, in quella superna invece sono entrati coi loro meriti. 55. Ma badiamo fin da quaggiù a levarci dalla tomba di terra. Ci sono di quelli che ancora da vivi sono chiusi nel sepolcro e sono tutto un cadavere: la loro gola è un sepolcro, perché non dicono parole di vita, ma di morte. Se già qui risorgeremo dai morti, risorgeremo anche di là. Se già qui non saremo ossa aride, ma accoglieremo la rugiada della parola, la linfa dello Spirito Santo, vivremo anche di là. Se già qui ci desterà Gesù con la sua voce potente, come destò anche Lazzaro, e tramite i suoi discepoli ci scioglierà dai vincoli della morte e ci introdurrà in Betania, dove viveva Lazzaro, cioè nella casa dell'obbedienza, e ci inviterà al suo banchetto, anche di là mangeremo sempre con lui e anche di là riposeremo con lui e anche di là ci profumerà l'unguento, del cui spreco si lamentava solo il traditore. 56. Dunque gli empi non risorgono nel giudizio, cioè nel numero di coloro che dovranno sottoporsi al giudizio. Né i peccatori risorgono nel consesso dei giusti. Tu vedi che gli empi risorgono, ma non risorgono nel giudizio, e che i peccatori, anche se non risorgono nel consesso dei giusti, tuttavia risorgono nel giudizio. Da ciò si deduce che coloro che hanno creduto rettamente e che in coerenza con la fede hanno anche agito, non sono giudicati, ma risorgono nel consesso dei giusti. Mentre i peccatori, che non possono risorgere tra i giusti, risorgeranno nel giudizio. Ci sono qui due categorie. Rimane come terza quella degli empi, senza fede, i quali, siccome non hanno creduto, sono come già giudicati; e per questo non risorgono nel giudizio, ma per la punizione. Infatti hanno amato più le tenebre della luce e perciò il loro giudizio è la punizione e forse la punizione delle tenebre. E si sarebbe potuto intendere senz'altro anche così: hanno amato più le tenebre della luce coloro che hanno sì al loro carico opere di male, ma che credevano in Cristo e che volevano anche vivere secondo virtù, ma sono stati vinti dalle lusinghe del peccato: cioè, hanno amato sia la luce che le tenebre, ma « di più » le tenebre. Ma siccome prima si era parlato di uomini che non avevano creduto, penso che il passo sia da intendere nel senso che hanno amato le tenebre « e non » la luce: infatti la luce è Cristo. È dunque assurdo credere che quelli che non hanno creduto alla luce abbiano persino amato la luce, che non hanno nemmeno conosciuto. Non hanno conosciuto e non hanno capito, vagano nelle tenebre, così sta scritto. 57. E continua: Poiché il Signore conosce la via dei giusti e il cammino degli empi andrà in rovina. Cogli il senso: non risorgono gli empi nel giudizio, poiché il Signore conosce la via dei giusti. Certo, egli conosce la via di quelli di cui guida i passi: N sono infatti passi di uomo guidati dal Signore. Sono guidate dal Signore anche le vie dell'uomo. Il Signore conosce le vie che sono diritte, che tendono alla vita propria di chi dice: Io sono la via, la verità e la vita. Questa è la via buona, mentre tortuosa è la via di questo mondo. Il Signore non degna d'uno sguardo questa via. Infatti egli conosce gli uomini che sono suoi, che fanno le sue opere. Mentre a quelli che fanno ingiustizie il Signore dice: Andate lontano da me voi tutti, operatori di ingiustizia; non vi conosco. Non li conosce, non per sua ignoranza, ma perché sono indegni di essere conosciuti da Dio. 58. E bene è detto: E il cammino degli empi andrà in rovina. Il testo latino ha operato una variazione, ponendo il termine « cammino », e ne è risultata come una distinzione tra « cammino » e « via ». Invece il testo greco parla in entrambi i casi di « via ». Tuttavia il testo latino non usa questo termine a caso, perché anche il Signore ha detto: Io sono la via, e non ha detto: « io sono il cammino ». Ha detto poi che va in rovina il cammino degli empi, non gli empi. Egli salvaguarda la loro essenza e, se si convertono, perderanno soltanto il cammino dell'empietà, che non esisteva da principio né esisterà. Dunque ciò che è accidentale va in rovina; ciò che è legato all'essenza invece permane. Gli empi però vanno in rovina, al modo in cui si dice che morirà l'anima che pecca, così da morire per il pungiglione del peccato, ma non per la completa dissoluzione della loro essenza. |